Davanti a me c'è una porta di legno, bagnata e mucida, pesante, chiusa. La apro a fatica e la varco, nel cupo inganno delle ombre che precedono il buio. Soli due passi e una scala di pietra scende ripida verso l'ignoto che si nasconde. Ascolto uno sciabordare e la pelle madida conferma la presenza di acqua.
Scendo uno scalino, poi un altro, e mentre il piede destro cerca appoggio in automatico, ecco che si inabissa nell'acqua. Strizzo gli occhi per vedere tra le ombre di un'oscurità rischiarata soltanto da un lieve lucernario in alto. Quel luogo, forse una cantina un tempo, è allagato. Mi fermo con un piede nell'acqua e la curiosa sensazione di voler capire.
Mi siedo, accovacciata, sull'ultimo gradino non sommerso. Ascolto il mio respiro e vedo, al lato della scala, delle bottiglie. Ne prendo una: è pesante, una bottiglia di rum. L'etichetta, sbiadita, riporta una data: 1908. Ne prendo un'altra, forse ancora più grande, piena anch'essa; l'etichetta dice rum, come l'altra, e una data poco più in là: 1911.
Decido! Mi tolgo le scarpe: l'acqua è fresca, non fredda, almeno lì, a lambire quel gradino. Prendo in braccio le due bottiglie. Mi metto in piedi e scendo la scala, un gradino dopo l'altro, finché l'acqua non mi copre fino alle spalle. Mi concentro sul mio respiro, lo faccio combaciare al ritmo del cuore mentre sento che i polmoni si riempiono. Un'inspirazione profonda dopo l'altra, fino all'ultima. Poi, in automatico, trattengo il fiato e scendo ancora, giù per la scala.
Sono immersa, continuo a scendere nel buio che mi avvolge. Le scale proseguono per un paio di metri sotto la superficie, quando il mio corpo, come se ricordasse, cambia assetto: i piedi si alzano e mi ritrovo orizzontale. Davanti a me si apre una stanza? Gli occhi sono appannati. Le bottiglie che ho portato con me bilanciano il mio peso sott'acqua; ormai abbastanza in fondo, non ne ho più bisogno. Le mollo!
Nuoto in questo luogo chiuso e mi chiedo, per un attimo, come io possa fare ciò che sto facendo. Eppure, in quel momento, anche la mia vista si rischiara: riesco a vedere nell'acqua. Sono in uno spazio sommerso che ha mantenuto la sua forma. Ci sono tavoli, mobili, pile di carte, libri accatastati, suppellettili di ogni genere, bicchieri.
In lontananza vedo una rientranza e mi avvicino. Sembra un vecchio camino in pietra, grande abbastanza da occupare un'intera parete, da sembrare una galleria. Con la mano smuovo il fondo, che ricade all'indietro con un tonfo al rallentatore, creando un varco. Oltre, il buio è ancora più fitto, e sembra aspettare. Sono tentata di entrare, ma penso che devo tornare: il cuore mi avverte che non potrà trattenere il respiro ancora per molto.
Torno indietro. Sul tavolo noto dei fogli sbiaditi, segnati da linee e simboli: sembrano mappe, o forse arcani di un mazzo dimenticato. Accanto, un libro aperto, antico. Sulla copertina, in lettere consumate, riesco a leggere un titolo: L'origine dell'arcano.
Devo risalire. Il cuore emette un'eco che assomiglia al timer di un conto alla rovescia. Non so quanti metri sono sotto, non ho idea di quanto tempo sia trascorso. Mi fido del mio istinto e risalgo.
Un colpo di gambe. Il cuore batte. Un altro. Davanti a me di nuovo le scale. Un gradino. Il petto comincia a stringersi. Un altro. Non devo agitarmi, sprecherei l'aria che mi resta. Un altro ancora. Il battito si fa più forte, più vicino. Il buio piano piano si dirada. Ancora un gradino. E poi un altro. Sopra di me, finalmente, un chiarore.
Fuori la testa, mi fermo sulle scale. La bocca si apre in una lunga inalazione e subito dopo in un'espirazione ancora più lunga. Il respiro si affanna, poi torna normale.
I piedi sono sui gradini di pietra, l'odore di muffa mi riempie il naso. Salgo fino a vedere la luce fioca che viene dalla porta aperta. Ecco, sono fuori! Mi infilo le scarpe ed esco. Sopra di me adesso c'è il cielo. L'aria autunnale mi avvolge e mi fa tremare di freddo. Corro, mentre penso a un modo per scaldarmi.
Tornerò. Devo capire.